Scale o ascensore con 2 respiri e mezzo?
di Francesca Pastorino (Chiavari)

“Sei ancora sveglia?”
“Sì, non riesco a dormire;stavo pensando che. “che? Vai avanti, dai!”
“Niente, lascia perdere, niente”
“Dai, dimmi, son curioso!”
“Non è una cosa così importante”
“Se è un pensiero che ti tiene sveglia forse almeno un po’
lo è ! Allora?”
“Beh, se proprio insisti ..pensavo: e se ti rimanessero due respiri e mezzo
di vita e dovessi decidere se fare le scale o prendere l’ascensore?”
“Ma da dove ti vengono certe domande? Hai lavorato troppo oggi, cerca di
dormire ora”.
Il mattino dopo tutto era ancora in subbuglio dentro di lei. E anche fuori: nemmeno
la pioggia battente in balia del vento riusciva a cadere tranquilla; guardando
dalla finestra, si era soffermata sugli alberi e, come le succedeva in certi momenti
e come le era capitato la notte precedente, le venne in mente una delle sue domande
strane, quelle che lui attribuiva all’eccessivo lavoro e al bisogno di riposo,
lei invece sapeva che sgorgavano da altro: -Chissà se è il vento
a muovere gli alberi o sono gli alberi che, ondeggiando, provocano il vento?-Perché
ci sono giorni in cui gli alberi si agitano, fremono, (tremano?) e scatenano tutt’
intorno un gran putiferio di vento: muovono le loro braccia come polipi-direttori
d’orchestra impazziti o sulla scia di una musica rimbombante, si giocano
il tutto per tutto, perdono dei pezzetti, delle foglie, qualche ramo si piega
e qualcun altro si spezza. Ma continuano gli alberi, imperterriti, appassionati,
c’è qualcosa in loro che non li fa star fermi, qualcosa che li ha
sconfifferati dentro, che è entrato da una porticina piccola ma che ora
si è dilatato e non ha più abbastanza spazio all’interno…
In genere è il vento a muovere gli alberi, ma forse certi giorni è
un po’ come se gli alberi volessero diffondere tutto il buon vento che hanno
respirato perché lo respirino anche altri; sì, il loro vento è
più goffo di quello “vero” e rimangono spesso senza fiato,
ma vogliono restituire in qualche modo.
Quel giorno era tutta una sinfonia mista ad un’aria cantabile fatta di fischiare,
fruscii e accartoccii di foglie – stremate dopo essere state “resuscitate”
per volare ancora un po’, come se il vento avesse voluto dar loro una seconda
chance: rivivere ancora un attimo; o volare per la prima volta; o, semplicemente,
la possibilità di lasciarsi andare, di lasciarsi trasportare fidandosi.
Ciecamente.
L’amore è cieco a volte. E inesperto: così va a sbattere.
Anche dentro di lei in quel momento pioveva e soffiava un vento che mandava in
frantumi vetri e persiane.
Vorrei andare in mongolfiera. Anche i draghi la notte riposano. Quando ci sposiamo?
Scappiamo? Oh, il mare oggi! L’uomo di Neanderthal, che bello!
E la neve … come cadeva quel giorno!
“ Eh, la neve che cade senza dire un ahia! Si butta giù in squadra
perché un fiocco da solo non fa niente; e poi i fiocchi insieme si mettono
tutti, tra bilico e equilibrio, sui rami degli alberi, a mò di equilibristi
sul filo e non si sbilanciano, ed altri a mano a mano si aggiungono e gravano
sempre più sul ramo e rischiano di romperlo o di cadere, capitombolando
cade la neve, si butta giù a capofitto; i primi fiocchi, gli apripista,
si sacrificano per tutti buttandosi sulla terra dura, i successivi hanno la
caduta più attutita da quelli che eroicamente li hanno preceduti.
E tutto un cadi-cadi, tutto un cadeaxu di fiocchi..è una giornata coi
fiocchi, se alzo al cielo lo sguardo mi cadono anche negli occhi, e su di me
e “muoiono”…non hanno paura. In certi casi la neve ha vita
breve, ma cade lo stesso!
Ora cadono fiocchi meno fiochi, ora c’è luce anche! Ho aperto le
rideaux e vedo tutta questa neve cadeau !
A mò di contro-scultura la neve si somma agli alberi e ne cambia e aumenta
la forma, si trasforma la natura”.
Nonostante tutti questi pensieri e ricordi affollassero la sua mente e alcuni
appesantissero il suo passo già stanco sul sentiero, le riaffiorò
in mente quella domanda. Come olio nell’acqua. Certe cose non affondano
finché non le affronti sul serio. E per lei era una domanda importante.
Prese il telefono:
“Pronto!”
“Ciao Agnese, sono Anna; come stai?”
“ Tutto bene, grazie. Tu?”
“Abbastanza bene”
Agnese era una di quelle persone che ti legge nel tono di voce e tra le righe.
“Non mi pare: cos’hai? Dai, sputa il rospo!”
E’ strano come tante cose siano racchiuse in una sola: come in una valigia
tanti abiti, oggetti e souvenir, in un libro tante persone, anni, angoli di
mondo, in una parola mille se detta da chi ti vuole bene.
“Non lo so di preciso…è che certe volte mi vengono in mente
delle domande strane.. e quando succede Pierre mi dice che secondo lui sono
stanca e ho bisogno di riposare, ma per me sono domande importanti, a cui provare
a rispondere. Però vorrei confrontarmi con qualcuno, e soprattutto essere
rassicurata che non sono pazza…Mi faresti da orecchio e da spalla per
favore? Se hai tempo, anche adesso per telefono”
“Potevi risparmiarti tutta questa premessa!... ti conosco abbastanza ormai!
Son tutta orecchi!..e spalla, anche!”
“Mi prometti però di non ridere e di non fare commenti perché
stavolta è veramente strana!: ecco:- e se ti rimanessero due respiri
e mezzo di vita e dovessi decidere se fare le scale o prendere l’ascensore?”
“….”
“Ci sei ancora?”
“Sì, stavo pensando; è una domanda profonda!”
“Si, proprio..come una buca fatta con la sabbia asciutta!”
“No, davvero, lo penso sul serio!”
“A me sembra un po’ che equivalga a domandarsi: - è più
importante la meta, ciò che si raggiunge oppure il percorso, quanto ti
sei guardata intorno e quanto sei rimasta intrisa dei luoghi, delle persone
incontrate andando? E’ così importante arrivare, costi quel che
costi?..”
“Anch’io avevo pensato qualcosa di simile; è comunque una
domanda che mi fa nascere tantissime sotto-domande, un po’ come i fuochi
d’artificio: al primo sparo è uno unico, poi dividendosi si moltiplica!...forse
le stelle cadenti cadono più in estate perché quello è
il momento in cui ci sono più fuochi d’artificio che le scuotono
e destabilizzano, facendo così stramazzare anche le più resistenti!
Stooop! Frenare le scemate a ruota libera!”
“No, vai pure avanti, bella questa teoria!“
“Ti ringrazio, ma non voglio rubarti altro tempo”
“Sei sicura? Dalla voce ti ho sentito triste e preoccupata e non penso
solo per questa domanda; forse anche il fatto che Pierre l’abbia snobbata...
e altro”
“10 e lode in lettura tra le righe!, ..è che sì, c’è
dell’altro ma non mi va di parlarne per telefono”
“Tra mezz’ora da me?”
“Ok!”
Non prese la bici come al solito, ma decise di percorrere a piedi i tre chilometri
che la separavano dalla casa di Agnese, per raccogliere le idee con più
calma e per poggiare i piedi per terra, bella sensazione che in bici non si
può avere (a parte ai semafori!).
Si accorse che il tempo stava migliorando: non pioveva più, e qua e là
c’erano degli sprazzi di azzurro, misti a un timido sole. Passando in
un vicolo, si fermò, attratta da una bella pozzanghera e le venne in
mente la frase che sua nonna – che non sempre riusciva tradurre il suo
linguaggio forbito in “parole da piccoli”-le aveva detto da bambina
per spiegarle cos’era quell’ acqua per terra. Suonava pressappoco
così:
le pozzanghere sono l’acqua residua che la terra, non assorbendo, ha un
po’ emarginato. Noi (grandi) facciamo di tutto per evitarle (l’eccezione
siete voi bambini!); a volte però capita che anche noi ci finiamo dentro
e ci infanghiamo e impantaniamo; qualche volta succede anche che dentro intravediamo
un pezzettino di cielo!-
Nota: i copyright del racconto e della fotografia sono di proprietà di
Francesca Pastorino
|