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L'isola che c'è. La Sicilia che si ribella al pizzo


L'isola che c'è. La Sicilia che si ribella al pizzo
05/12/2008



Concorsi letterari




 

Concorso Letterario “Scatti di Scrittura”
concorso per racconti brevi e fotografie

prima edizione
tema: “La strada”

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Scale o ascensore con 2 respiri e mezzo?
di Francesca Pastorino (Chiavari)

© Copyright  Pastorino

“Sei ancora sveglia?” “Sì, non riesco a dormire;stavo pensando che. “che? Vai avanti, dai!”
“Niente, lascia perdere, niente”
“Dai, dimmi, son curioso!”
“Non è una cosa così importante”
“Se è un pensiero che ti tiene sveglia forse almeno un po’ lo è ! Allora?”
“Beh, se proprio insisti ..pensavo: e se ti rimanessero due respiri e mezzo di vita e dovessi decidere se fare le scale o prendere l’ascensore?”
“Ma da dove ti vengono certe domande? Hai lavorato troppo oggi, cerca di dormire ora”.
Il mattino dopo tutto era ancora in subbuglio dentro di lei. E anche fuori: nemmeno la pioggia battente in balia del vento riusciva a cadere tranquilla; guardando dalla finestra, si era soffermata sugli alberi e, come le succedeva in certi momenti e come le era capitato la notte precedente, le venne in mente una delle sue domande strane, quelle che lui attribuiva all’eccessivo lavoro e al bisogno di riposo, lei invece sapeva che sgorgavano da altro: -Chissà se è il vento a muovere gli alberi o sono gli alberi che, ondeggiando, provocano il vento?-Perché ci sono giorni in cui gli alberi si agitano, fremono, (tremano?) e scatenano tutt’ intorno un gran putiferio di vento: muovono le loro braccia come polipi-direttori d’orchestra impazziti o sulla scia di una musica rimbombante, si giocano il tutto per tutto, perdono dei pezzetti, delle foglie, qualche ramo si piega e qualcun altro si spezza. Ma continuano gli alberi, imperterriti, appassionati, c’è qualcosa in loro che non li fa star fermi, qualcosa che li ha sconfifferati dentro, che è entrato da una porticina piccola ma che ora si è dilatato e non ha più abbastanza spazio all’interno… In genere è il vento a muovere gli alberi, ma forse certi giorni è un po’ come se gli alberi volessero diffondere tutto il buon vento che hanno respirato perché lo respirino anche altri; sì, il loro vento è più goffo di quello “vero” e rimangono spesso senza fiato, ma vogliono restituire in qualche modo.
Quel giorno era tutta una sinfonia mista ad un’aria cantabile fatta di fischiare, fruscii e accartoccii di foglie – stremate dopo essere state “resuscitate” per volare ancora un po’, come se il vento avesse voluto dar loro una seconda chance: rivivere ancora un attimo; o volare per la prima volta; o, semplicemente, la possibilità di lasciarsi andare, di lasciarsi trasportare fidandosi. Ciecamente.
L’amore è cieco a volte. E inesperto: così va a sbattere.
Anche dentro di lei in quel momento pioveva e soffiava un vento che mandava in frantumi vetri e persiane.

Vorrei andare in mongolfiera. Anche i draghi la notte riposano. Quando ci sposiamo? Scappiamo? Oh, il mare oggi! L’uomo di Neanderthal, che bello!
E la neve … come cadeva quel giorno!
“ Eh, la neve che cade senza dire un ahia! Si butta giù in squadra perché un fiocco da solo non fa niente; e poi i fiocchi insieme si mettono tutti, tra bilico e equilibrio, sui rami degli alberi, a mò di equilibristi sul filo e non si sbilanciano, ed altri a mano a mano si aggiungono e gravano sempre più sul ramo e rischiano di romperlo o di cadere, capitombolando cade la neve, si butta giù a capofitto; i primi fiocchi, gli apripista, si sacrificano per tutti buttandosi sulla terra dura, i successivi hanno la caduta più attutita da quelli che eroicamente li hanno preceduti.
E tutto un cadi-cadi, tutto un cadeaxu di fiocchi..è una giornata coi fiocchi, se alzo al cielo lo sguardo mi cadono anche negli occhi, e su di me e “muoiono”…non hanno paura. In certi casi la neve ha vita breve, ma cade lo stesso!
Ora cadono fiocchi meno fiochi, ora c’è luce anche! Ho aperto le rideaux e vedo tutta questa neve cadeau !
A mò di contro-scultura la neve si somma agli alberi e ne cambia e aumenta la forma, si trasforma la natura”.

Nonostante tutti questi pensieri e ricordi affollassero la sua mente e alcuni appesantissero il suo passo già stanco sul sentiero, le riaffiorò in mente quella domanda. Come olio nell’acqua. Certe cose non affondano finché non le affronti sul serio. E per lei era una domanda importante. Prese il telefono:
“Pronto!”
“Ciao Agnese, sono Anna; come stai?”
“ Tutto bene, grazie. Tu?”
“Abbastanza bene”
Agnese era una di quelle persone che ti legge nel tono di voce e tra le righe.
“Non mi pare: cos’hai? Dai, sputa il rospo!”
E’ strano come tante cose siano racchiuse in una sola: come in una valigia tanti abiti, oggetti e souvenir, in un libro tante persone, anni, angoli di mondo, in una parola mille se detta da chi ti vuole bene.

“Non lo so di preciso…è che certe volte mi vengono in mente delle domande strane.. e quando succede Pierre mi dice che secondo lui sono stanca e ho bisogno di riposare, ma per me sono domande importanti, a cui provare a rispondere. Però vorrei confrontarmi con qualcuno, e soprattutto essere rassicurata che non sono pazza…Mi faresti da orecchio e da spalla per favore? Se hai tempo, anche adesso per telefono”
“Potevi risparmiarti tutta questa premessa!... ti conosco abbastanza ormai! Son tutta orecchi!..e spalla, anche!”
“Mi prometti però di non ridere e di non fare commenti perché stavolta è veramente strana!: ecco:- e se ti rimanessero due respiri e mezzo di vita e dovessi decidere se fare le scale o prendere l’ascensore?”
“….”
“Ci sei ancora?”
“Sì, stavo pensando; è una domanda profonda!”
“Si, proprio..come una buca fatta con la sabbia asciutta!”
“No, davvero, lo penso sul serio!”
“A me sembra un po’ che equivalga a domandarsi: - è più importante la meta, ciò che si raggiunge oppure il percorso, quanto ti sei guardata intorno e quanto sei rimasta intrisa dei luoghi, delle persone incontrate andando? E’ così importante arrivare, costi quel che costi?..”
“Anch’io avevo pensato qualcosa di simile; è comunque una domanda che mi fa nascere tantissime sotto-domande, un po’ come i fuochi d’artificio: al primo sparo è uno unico, poi dividendosi si moltiplica!...forse le stelle cadenti cadono più in estate perché quello è il momento in cui ci sono più fuochi d’artificio che le scuotono e destabilizzano, facendo così stramazzare anche le più resistenti! Stooop! Frenare le scemate a ruota libera!”
“No, vai pure avanti, bella questa teoria!“
“Ti ringrazio, ma non voglio rubarti altro tempo”
“Sei sicura? Dalla voce ti ho sentito triste e preoccupata e non penso solo per questa domanda; forse anche il fatto che Pierre l’abbia snobbata... e altro”
“10 e lode in lettura tra le righe!, ..è che sì, c’è dell’altro ma non mi va di parlarne per telefono”
“Tra mezz’ora da me?”
“Ok!”
Non prese la bici come al solito, ma decise di percorrere a piedi i tre chilometri che la separavano dalla casa di Agnese, per raccogliere le idee con più calma e per poggiare i piedi per terra, bella sensazione che in bici non si può avere (a parte ai semafori!).
Si accorse che il tempo stava migliorando: non pioveva più, e qua e là c’erano degli sprazzi di azzurro, misti a un timido sole. Passando in un vicolo, si fermò, attratta da una bella pozzanghera e le venne in mente la frase che sua nonna – che non sempre riusciva tradurre il suo linguaggio forbito in “parole da piccoli”-le aveva detto da bambina per spiegarle cos’era quell’ acqua per terra. Suonava pressappoco così:
le pozzanghere sono l’acqua residua che la terra, non assorbendo, ha un po’ emarginato. Noi (grandi) facciamo di tutto per evitarle (l’eccezione siete voi bambini!); a volte però capita che anche noi ci finiamo dentro e ci infanghiamo e impantaniamo; qualche volta succede anche che dentro intravediamo un pezzettino di cielo!-

Nota: i copyright del racconto e della fotografia sono di proprietà di
Francesca Pastorino
 

Per informazioni: 091 7308299
scattidiscrittura@letteralmente.com

 

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