VINCITORE DEL CONCORSO
La strada verso nord
di Lucilla Parisi (Varedo)

Appena svoltò si accorse che non era cambiato nulla.
Erano passati vent’anni da quando aveva richiuso dietro di
sé la porta di casa. La guerra era piombata nella sua vita come una delle tante
granate che erano cominciate a piovere sulla città e, come
accade sempre quando arriva qualcosa di inaspettato e
terribile, non pensi che riuscirai a cavartela.
Nina, invece, c’era riuscita. Aveva otto anni quando sua
madre la svegliò in piena notte e le disse di vestirsi in
fretta, perché dovevano andare via solo per un po’. Nina,
però, non le credette. Come avrebbe potuto: il volto di sua
madre era sfigurato dal terrore e dalla disperazione.
Nina conosceva troppo bene il sorriso di sua madre e la
forza e l’entusiasmo con cui era solita affrontare la vita e
la donna che quella notte entrò nella sua stanza non era sua
madre.
- Ma quando torniamo? – le chiese.
- Presto – le rispose sua madre mentre l’aiutava ad infilarsi
le scarpe. - Presto – ripeté, ma già non la guardava più
negli occhi.
Scesero di corsa le scale dove un uomo che non aveva mai
visto andò incontro a sua madre e le prese la borsa che
aveva in mano. Non si scambiarono una parola: era come
se tutti, tranne lei, sapessero già cosa fare; come se quella
partenza non fosse poi così inaspettata. Sua madre si voltò
verso la cucina e poi verso il piccolo salotto in cui avevano
trascorso, lei e Nina, tante serate davanti al camino. Loro
due sole, sole come sempre erano state da quando Nina se
lo ricordava. Suo padre se ne era andato quando lei aveva
poco più di due mesi. Baciò la moglie sulla fronte, le disse
che l’amava, uscì per andare al lavoro e richiuse dietro di
sé la porta da cui non rientrò mai più. La madre non
nascose la verità a Nina e, non appena fu abbastanza
grande per avere delle risposte, le raccontò come era
andata. Dopo tutto le aveva amate. Nina non chiese più
nulla e furono felici così.
Ora non lo erano più. Vide gli occhi di sua madre riempirsi
di lacrime, mentre rivolgeva un ultimo sguardo alla casa.
Nina fece lo stesso: abbracciò con gli occhi tutto quello
che le fu possibile in un attimo. Non voleva dimenticare
nulla. Fu un’istantanea sul suo passato, che se ne andava in
una notte di fuga e silenzi. Un’istantanea che
l’accompagnò come un presagio per il resto dei suoi
giorni.
Appena svoltò nella strada della sua infanzia, Nina
rispolverò quella foto che riapparve sempre meno sfuocata
tra i suoi ricordi. Riconobbe le case addossate l’una
all’altra, con il piccolo giardino sul davanti e i piccoli
cancelli di legno, che non pretendevano di dividere né di
lasciare fuori. Le bandiere sventolavano ovunque lungo la
strada: alcune consumate dal tempo, altre nuove e appena
innalzate lungo i pali della luce o appese alle finestre.
La strada era deserta: così diversa da come se la ricordava.
I bambini che un tempo affollavano il quartiere ad ogni ora
del giorno se ne erano andati. Nina li rivide per un attimo
correre lungo la strada con uno skateboard di fortuna,
costruito con una tavola di legno e le rotelle di pattini
rimasti vittime dell’entusiasmo generale.
Quei bambini entravano e uscivano dalle case del
quartiere, senza che nessuna di quelle appartenesse a loro
veramente. Si era figli della sig.ra Sara, della sig.ra Leila;
si era fratelli di Allen, Sean, Sandra e si mangiava un po’
dove capitava. Fino al tramonto, quando si doveva
rientrare a casa per la cena.
Per Nina, Allen, Sean e Ian la strada era tutto il loro
mondo. La percorrevano in lungo e in largo sempre
insieme e sempre nei guai. Un giorno avevano recuperato
dei grossi rami dal giardino del sig. Erman e li avevano
usati per bloccare la manopola dell’idrante, facendo
fuoriuscire l’acqua lungo il marciapiede. In poco tempo
tutta la strada si trasformò in un fiume in piena. I bambini
del quartiere si affollarono divertiti ad assistere al grande
evento sotto lo sguardo fiero dell’artefice di quel miracolo:
Sean. Nina era un po’ meno tranquilla, visto che l’acqua
continuava ad uscire e scorreva lungo la strada in discesa.
Le macchine si fermavano all’imbocco della via e la gente
era uscita dalle case allarmata. Dopo qualche minuto
comparve il padre di Sean: con lo sguardo furente si
diresse verso il figlio. Non bisognava essere
particolarmente svegli per capire che le cose si stavano
mettendo male. Sean, però, che era più sveglio degli altri,
abbandonò il grosso bastone a terra e scappò. Nina, Ian ed
Allen si gettarono anche loro all’inseguimento dell’amico
senza sapere dove stessero andando. Capirono che non era
il momento di fare domande e corsero come matti, ridendo
a crepapelle al pensiero di quante botte avrebbe preso Sean
quella sera.
Nina si fermò proprio nel punto in cui si trovava l’idrante
di Sean. Era lo stesso di allora, tranne per la tinta rossa con
cui lo avevano ridipinto. Per un attimo le sembrò di vedere
la sua strada ancora piena di bambini scalzi e fradici nel
fiume in piena. Nina sorrise e quando le tornò alla mente
l’espressione di Sean alla vista del padre, scoppiò in una
risata sonora lì, ferma, su quel marciapiede di vent’anni
dopo.
Quei giorni erano andati come la sua infanzia, portandosi
via la spensieratezza e il significato vero delle cose. Tutto
era cambiato perché gli occhi di Nina erano cambiati.
Il quartiere in cui abitava, i suoi amici e quella lunga strada
a nord della città erano terra di confine. Nina fino alla
notte in cui scappò con la madre, non aveva mai lasciato
quei luoghi. Lei e gli altri bambini sapevano bene che non
potevano uscire dal loro quartiere e conoscevano i motivi
per cui la loro vita non poteva svolgersi al di fuori di quei
confini. La loro strada in discesa li portava dritti verso il
centro e verso il sud della città, ma loro non potevano
andarci.
La città era divisa da linee immaginarie che non andavano
oltrepassate, se non fosse stato strettamente necessario.
Oltre quelle linee tracciate dall’odio e dal sangue,
succedevano fatti incomprensibili che venivano riportati
dal racconto superstite di chi li aveva vissuti o da chi li
aveva sentiti raccontare da altri. Nina sentì spesso di
ragazzi uccisi a bastonate da uomini con il viso coperto o
feriti malamente dai soldati. Un suo vicino di casa, Miki,
aveva solo 19 anni quando rimase senza un occhio:
raccontò che si trovava con dei compagni davanti alla
scuola quando tre uomini, con il viso coperto e le braccia
tatuate, li avevano prima insultati e poi aggrediti con
spranghe e bastoni. Era intervenuto l’esercito quando
ormai i tre uomini mascherati si erano dileguati. I soldati
dispersero Miki e i compagni a colpi di pistola. Uno, lo
colpì in pieno viso. Tornò qualche giorno dopo
dall’ospedale con la testa bendata e un’incontenibile rabbia
nel cuore.
A volte il mondo oltre la linea immaginaria entrava nel
quartiere di Nina e spesso succedeva di notte. Entrava
nelle case con bastoni e coltelli e terrorizzava per ore
prima di dileguarsi nella notte. Spesso uccideva o si
portava via uomini e ragazzi che sparivano per sempre.
Altre volte entrava in divisa con fucili e pistole: accusava,
arrestava e si dileguava. Il tutto però sempre,
inspiegabilmente, con lo stesso rumore di passi e la stessa
identica incomprensibile violenza.
Nina si fermò davanti a quella che era stata un tempo la
sua casa. Sentì di non essere sola: si voltò e vide Sean, Ian,
Allen e Nina che, con i rami del sig. Erman, risalivano la
strada verso nord.
Nota: i copyright del racconto e della fotografia sono di proprietà di
Lucilla Parisi
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