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L'isola che c'è. La Sicilia che si ribella al pizzo


L'isola che c'è. La Sicilia che si ribella al pizzo
05/12/2008



Concorsi letterari




 

Concorso Letterario “Scatti di Scrittura”
concorso per racconti brevi e fotografie

seconda edizione
tema: “Il sogno”

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VINCITORE DEL CONCORSO

La fabbrica dei sogni
di Gianna Battistoni (Sesto Fiorentino) - foto di Martino Meli (Sesto Fiorentino)

© Copyright Meli Battistoni

Quell'avvolgibile appena alzato aveva acceso un cono sul pulviscolo e un popolo di esseri minuscoli sembrava abitare la luce che entrava dalla finestra. Piccole creature senza pace giravano a vuoto come sorprese da un indesiderato risveglio. Quell'avvolgibile era una ghigliottina che si era mossa in senso contrario. Uno scatto finale e inappellabile che aveva aperto uno squarcio alla luce. Morfeo maledisse la meccanicità dei suoi movimenti. Si era alzato dal letto. Raggiunta la finestra come un sonnambulo, poi aveva dato luce alla stanza. Un minuto dopo il giorno sembrava già un disturbo. Non si poteva più fingere che il mattino non fosse arrivato. Eppure, la notte che era appena svanita dalla stanza altro non era che un buco nero che ingoia la coscienza. Che annulla ogni movimento volontario. Che non lascia alcuna traccia del suo passaggio. se non un letto disfatto. Certo Morfeo non aveva motivo di preferirla al giorno. Perché non ricordava di aver mai sognato. Invece era proprio questo che gli rendeva speciale la notte. Ogni notte Morfeo si addormentava con la speranza di sognare.
Adesso Morfeo viveva nella periferia verticale di una grande città. Era nato però in campagna, figlio e nipote di agricoltori. Nessuno aveva mai pensato di raccontargli dei sogni. Il primo, involontariamente, era stato suo nonno quando era diventato cieco. In un pomeriggio estivo, il nonno stava seduto fuori, sulla porta di casa. Morfeo giocava ai suoi piedi quando l’aveva sentito dire che ormai vedeva il mondo soltanto di notte. Sul momento Morfeo aveva anche creduto che di notte gli tornasse la vista e gli aveva chiesto - Ma allora di notte ci vedi? -, ma il nonno gli aveva risposto - No. Di notte sogno. - Così Morfeo aveva saputo che esistono i sogni. Ma da allora non aveva mai sognato.
Un caffé bollente gli scottò la lingua prima di uscire per andare al piccolo supermercato a pochi passi da casa sua. Sull’entrata del mini-market c’era un uomo molto piccolo vestito con un completo color argento. Morfeo eppure non lo vide finché non gli parve che qualcuno l’avesse chiamato per nome. La gente intorno vide soltanto Morfeo fermarsi e voltarsi, con lo sguardo che fissava il vuoto come fosse una persona molto bassa. Il nano gli tese la mano, porgendogli tra le dita un foglietto arrotolato, come quelli che si vendono nelle lotterie delle fiere paesane. Morfeo prese il rotolino di carta senza chiedersi perché ed entrò nel supermercato; fece un giro a vuoto fra gli scaffali pieni di offerte, senza ricordare di aver davvero bisogno di qualcosa, se non dei sogni. Passando dietro alle casse tornò rapido verso l’uscita, pensando di ritrovare il nano. Ma fuori non c’era più nessuno vestito d’argento. Con le mani nelle tasche della giacca si diresse di nuovo verso casa, ma allungò un po’ la strada verso il parco. Si sedette su una panchina sverniciata dalle stagioni e stirò le mani nel sole che gli batteva sulle gambe. Soltanto allora si accorse di avere ancora tra le dita il minuscolo rotolo di carta. Lo aprì tanto per fare qualcosa, così come altra gente sulle panchine apriva i giornali. E lesse, inforcando gli occhiali:
Invito personale per una visita alla Fabbrica di Sogni dove la porta si apre quando si chiudono gli occhi.
Morfeo si alzò di scatto e uscì dal parco senza una direzione, ogni tanto fermandosi e provando a chiudere gli occhi, senza trovare alcuna porta che si apriva. Raggiunse la zona industriale della città più per caso che per istinto. Erano le prime ore del pomeriggio e Morfeo non sapeva più orientarsi; i viali tra i capannoni sembravano portarlo sempre nello stesso punto, erano un deserto che cambia soltanto la forma delle sue dune sotto il vento. Appoggiò le spalle ad un muro in ombra e chiuse gli occhi per stanchezza, stavolta senza aspettarsi niente. Quando li riaprì si trovò sulla soglia di una porta aperta, mentre il nano già gli veniva incontro salutandolo con entusiasmo: - Signor Morfeo, benvenuto nella Fabbrica di Sogni! -.
Morfeo mosse lentamente i primi passi nell’ampio stanzone, poi iniziò a seguire il nano che parlava sbracciandosi, portandolo da un corridoio all’altro tra quelli che si formavano quasi naturalmente in mezzo a file di scatole. Scatole bianche e luminose che crescevano impilate, alzando muri e piccole torri. Il nano diceva - Come può vedere, caro Morfeo, i sogni si fabbricano di giorno perché devono essere pronti per la notte. La realtà è madre del sogno, lo cova nel suo nido custodendone i semi. Lo stato di coscienza è solo una membrana che separa un flusso osmotico tra due realtà. La realtà diurna diventa un magma primigenio e sulla sua superficie il sogno sboccia nell’incoscienza dei limiti del tempo e dello spazio, nell’incoscienza del bene e del male. Nella libertà della dimensione onirica. Caro Morfeo, anche lei ha qua i suoi sogni. Lei, Morfeo, che crede di non averne mai fatti, li ha soltanto dimenticati. Li ha troppo desiderati, aspettandosi di ricordarne uno ogni volta che si svegliava. Ma ora la lascio solo. Prego, scopra le scatole dei suoi sogni! - Morfeo non aveva ben compreso tutte le parole del nano. Però aveva capito di essere ad un passo dai sogni che aspettava da tutta la sua lunga vita. Si avvicinò alla prima scatola che sul coperchio portava il suo nome e l’aprì, un po’ impacciato dall’emozione. Dentro c’era il mare che non aveva mai visto e che per un attimo sommerse di azzurro la Fabbrica e il resto del mondo, come se Morfeo avesse sprofondato la faccia in un fresco cuscino di seta e non potesse vedere altro. Morfeo era un delfino e respirava l’odore del mare perché il mare era il suo ossigeno. Poi mise la testa fuori dall’acqua e si trovò di nuovo nella Fabbrica davanti alla seconda scatola. Alzò il coperchio con l’impeto di un bambino sotto l’albero la mattina di Natale; Morfeo ora volava sui campi intorno alla casa della sua infanzia. Scese sul cortile mentre suo nonno usciva sulla porta di casa e si abbracciarono. Si sentiva legato in quella stretta come fra le fronde di un salice che gli era cresciuto improvvisamente tra le braccia. Morfeo rideva e piangeva insieme a suo nonno ed era così bello, in quel momento, che non si distinguesse di chi erano le lacrime e di chi le risate. Poi il nonno lo lasciò e Morfeo salì di nuovo in alto, come un palloncino che si libera dalla stretta di una mano, ma che di quella stretta manterrà per sempre il ricordo del calore. E tornarono la Fabbrica e altre scatole, davanti a Morfeo. I sogni di tutta la sua vita sfilavano uno dopo l’altro come le perle di un filo senza fine. Sembravano bastare per l’eternità. Proprio come fanno i ricordi quando scorrono in un unico film, nell’ultimo attimo di coscienza prima della morte.

Lo stato di coscienza è solo una membrana che separa un flusso osmotico tra due realtà.

E quell’uomo che era morto sulla panchina del parco aveva gli occhi aperti e pieni di sogni. Perché il nano l’aveva raggiunto per fargli trovare la porta. E il nano sono io.

Nota: i copyright del racconto e della fotografia sono di proprietà di
Gianna Battistoni
Martino Meli

Per informazioni: 091 7308299
scattidiscrittura@letteralmente.com

 

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