Il cavaliere del lago
di Anna Francesca Basso (Bassano del Grappa)

Da ore Paola percorreva il piccolo e grazioso paese in lungo e in largo; era stata al castello, nel piccolo porticciolo e in tutte le viuzze che portavano al lago, aveva acquistato un paio di orecchini di corallo e una ceramica che riproduceva un cigno. Le erano sempre piaciuti i cigni, così bianchi, solitari e maestosi. Una volta aveva visto una coppia in volo e ne era rimasta affascinata, ma niente eguagliava la tenerezza provata nel vedere i piccoli sulla schiena delle madri, protetti dalle ali ripiegate.
Passando vicino ad un palazzo signorile attiguo al castello, vide uno splendido giardino attraverso un portone aperto; era stanca, così decise di cercare un angolo tranquillo vicino ai suoi amati pennuti e riposare un po’.
Attraversò l’elegante androne in penombra e sbucò nel sole; il luogo era delizioso e raccolto. In mezzo ad aiuole fiorite e piccole palme un cavaliere di ferro faceva buona guardia.
Non seppe dire perché la figura la colpì, aveva qualcosa di familiare e rassicurante; era alto e maestoso e così solo che le fece pena. Si sedette sulla scaletta dell’approdo e cominciò a spargere briciole nell’acqua. Non attese a lungo: cigni e anatre la raggiunsero e lanciando i loro gridi si contesero il pane che aveva appena comprato dal fornaio. Si sentiva felice, in pace con se stessa e con il mondo. A poco a poco, senza accorgersene, riscaldata dal sole, si addormentò. Rimase così, con la testa appoggiata al muro, dimentica del tempo e del luogo. L’acqua cominciava ad alzarsi e la stava ormai raggiungendo. Solo il cavaliere si era accorto del pericolo, non sapeva come svegliarla. Era dolce quella fanciulla, di buon cuore e bella. Se ne intendeva di donne, quante ne vedeva ogni giorno turbare la quiete del suo regno. La ragazza stava per scivolare nel lago e non c’era nessuno, così si mosse e le si avvicinò. Depose a terra la lancia e le si inginocchiò vicino. Senza sforzo la prese in braccio e la depose con delicatezza al sicuro su una panchina. La giovanetta gli appoggiò il capo sul petto; a quella vista mille ricordi affiorarono, il passato ritornò con forza e una nostalgia infinita lo pervase; chinatosi su di lei non seppe resistere e la baciò lievemente.
Una sensazione di dolore e stordimento lo assalì; non provava più niente da tempo immemorabile; ebbe paura. Non voleva soffrire ancora, non voleva rivivere l’esperienza del tradimento e della morte. Esmeralda, la sua dolce sposa, infatuatasi di un giovane paggio, lo aveva tradito; la passione l’aveva resa imprudente e il re suo padre ne aveva decretato la morte. Il principe aveva provato a farla fuggire, l’amava ancora con tutte le sue forze, ma erano stati presi mentre stavano salendo su una nave. Le guardie reali l’uccisero a sangue freddo, sotto i suoi occhi; spirò tra le sue braccia regalandogli il suo ultimo sorriso. Una rabbia insana salì dal suo cuore e gli offuscò il cervello: doveva fare giustizia. Prima che raggiungesse la reggia, nel piccolo giardino Ferdinando chiese perdono a Dio per quello che stava per compiere. Fece per dirigersi verso il salone, ma non riuscì più a muoversi; non sentiva più niente, né sensazioni, né disperazione. Era diventato uno strano, irriconoscibile cavaliere di ferro.
Vide per giorni la gente affannarsi, vanamente, a cercarlo; non poteva parlare né muoversi, ma non gli importava; si era condannato da solo a quella non vita e vi si era rassegnato come a una giusta punizione. Suo padre non si riebbe e preferì lasciare il trono al figlio rimasto.
Il vecchio passava le giornate nel giardino, riscaldandosi al sole vicino alla statua; mai era stato così tanto tempo con suo figlio quando questi era vivo.
Una sera, mentre il sole tramontava, sentì più acuta la mancanza del figlio perduto; pronunciò il suo nome più volte; vide la statua trasformarsi per un attimo e abbracciarlo. L’emozione gli fu fatale.
Da allora Ferdinando lasciò scivolare gli anni e i secoli e nulla lo coinvolse più. Aveva visto guerre, incendi, distruzioni; era stato rovesciato, ammaccato, la ruggine lo aveva corroso, molte volte era stato restaurato; una volta aveva rischiato di essere eliminato, per far posto a una fontana. Ma una strana sorte lo aveva sempre riportato là.
Fino a quel pomeriggio. Una forza misteriosa lo aveva spinto a soccorrere la fanciulla. Si guardò: riconobbe gli antichi abiti che indossava la sera fatale, si sentì forte, robusto e affamato. Trovò dei panini al prosciutto e formaggio nel sacchetto e li divorò. Il cibo era saporito, molto diverso da quello che ricordava. Prese una bottiglia e bevve. Le bollicine gli fecero prurito al naso e starnutì. Un movimento inatteso gli rammentò che teneva ancora la fanciulla tra le braccia. Due assonnati occhi blu lo fissarono incuriositi, per nulla spaventati. Paola aveva riconosciuto nel suo salvatore il bel principe del dipinto nella sala del trono. Emozionata, levò il viso e lo baciò.
Non si accorsero che il tempo scorreva, paghi di essere l’uno nelle braccia dell’altro; il lago mutò colore, le ombre si allungarono. Sentirono chiudere il portone. Il timore assalì Paola, ma il suo cavaliere la rassicurò; aveva una voce profonda, maschia. La prese per mano e la condusse dentro il castello; era buio, ma si muoveva sicuro. Non c’erano state modifiche strutturali da quando vi aveva abitato; giunto nella sala del trono, si appoggiò con forza alla colonna dipinta e la sentì spostarsi come allora, quando era fuggito con Esmeralda.
Si infilarono dentro il passaggio e subito dopo la parete ritornò al suo posto. Il luogo era pieno di ragnatele, ma era asciutto e sgombro da detriti. Ferdinando prese una fiaccola dalla parete e l’accese. Attraversarono i sotterranei del castello; ogni tanto folate di aria fredda li investivano; sentiva il rumore dell’acqua sempre più vicino. Giunsero in una grotta, da lì si vedevano tratti di lago tra le fronde degli alberi che mascheravano l’entrata.
Giunsero in poco tempo alla piccola spiaggia. Ferdinando si fermò, non poteva andare oltre. Paola comprese che il loro amore avrebbe potuto esistere solo tra le mura del castello. Le diede un medaglione che portava al collo. Si guardarono e formularono insieme un giuramento.
Sentì una mano scuoterla con gentilezza e una voce burbera che la chiamava, era il custode; si accorse di essere ancora seduta sul piccolo approdo; ma non aveva sognato, la prova era il medaglione d’oro che teneva chiuso in una mano.
L’uomo fissò a lungo la fanciulla: era la copia vivente del dipinto della principessa Esmeralda appeso nella sala del trono vicino a quello del principe Ferdinando. Mentre l’accompagnava all’uscita, Paola diede un’ultima occhiata al giardino: la statua del cavaliere non c’era più. Al suo posto un giovane cipresso sembrava scosso da un improbabile vento.
Strinse più forte a sé il gioiello, lo sfiorò con le labbra e sentì chiudersi il portone alle spalle.
Forse il loro amore avrebbe compiuto il miracolo, chissà. La spiaggia l’attendeva.
Nota: i copyright del racconto e della fotografia sono di proprietà di
Anna Francesca Basso
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