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L'isola che c'è. La Sicilia che si ribella al pizzo


L'isola che c'è. La Sicilia che si ribella al pizzo
05/12/2008



Concorsi letterari




 

Concorso Letterario “Scatti di Scrittura”
concorso per racconti brevi e fotografie

seconda edizione
tema: “Il sogno”

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A denti stretti
di Marisa Vinci (Palermo) - foto di Natalia Aggiato (Palermo)

© Copyright Aggiato Vinci

Come ogni sera si preparava alla battaglia, la fronte corrugata esprimeva il disagio di un sforzo inutile. La fortezza era imprendibile, lampi bianchi nel buio a tratti ne illuminavano la presenza. L’assedio durava da mesi, ormai, ma non accennava ad arrendersi, non un cedimento schiudeva quelle porte inviolabili. Per quale misterioso incantesimo non riusciva ad abbandonare un’impresa al di là delle forze? Di sicuro una maligna entità soprannaturale controllava, per oscuri motivi, lo svolgersi degli eventi, infatti un condottiero dotato di senno, nel libero possesso delle sue facoltà, non avrebbe ulteriormente mantenuto in piedi l’accampamento, avrebbe fatto altresì un veloce punto della situazione con gli aiutanti più fidati, avrebbe constatato la superiorità del nemico, le avverse condizioni del campo, avrebbe riconsiderato l’opportunità della guerra e, dopo aver fugato i fantasmi dell’orgoglio ferito, alla fine avrebbe raccolto le forze e se ne sarebbe andato. Senza rimpianti, felice di aver mantenuto risorse sufficienti per imprese più fruttuose.
Alla fine cosa importa perché si combatte, l’importante è avere soddisfazione e bottino. L’importante in guerra e in amore è avere almeno la possibilità di vincere.
Doveva aver in qualche modo irritato qualche oscuro signore del male che si era vendicato annebbiando i suoi sensi sennò perché rinnegare l’ineluttabilità di un abbandono necessario, perchè sfinirsi, per quale pericoloso puntiglio continuare in quella battaglia notturna, perché rincorrere fantasmi che non si possono infilzare?
Sospirò, non aveva mai fine quell’assedio continuo, le sue forze cominciavano a vacillare. Ma, in attesa di trovare il coraggio di smettere con quelle scaramucce notturne, bisognava andare incontro al nemico e farlo con le armi migliori.
Mescolando dubbi e oli aromatici, concluse le abluzioni, si riavviò i capelli lasciando che onde lunghe incorniciassero il viso. Si avvolse in un candido sudario di lino fresco, prima di vestirsi per il rito di guerra che non prevedeva un sacrificio finale. Magari il nemico l’eliminasse, visto che non riusciva ad averla vinta, sarebbe stata una fine gloriosa, meglio di questa ricorrente mediocre battaglia che non lasciava vinti né vincitori, ma solo guerrieri stanchi.
Dopo le consuete schermaglie preliminari, i nemici avrebbero cozzato, le forze si sarebbero attratte e respinte con uguale intensità, le porte, maledette porte bianche, inesorabilmente serrate. Avrebbe, ancora una volta, provato a scardinare l’ingresso, ma il suo ariete sarebbe risultato, come sempre, insufficiente. E dire che andava alla guerra con le armi migliori che aveva e che mai avevano fallito il bersaglio in altre circostanze, negli assedi di altre fortezze, non meno possenti.
Ma questa era unica nel suo genere, un enigma indecifrabile, odiosa e affascinante, nello stesso tempo. Ecco perché continuava ogni notte a tentare di violarla, perché non riusciva a spiegarsi come mai potesse ancora resistere.
La sua mente era confusa, avvolta dalla nebbia di un’allucinazione, desolata come un accampamento senza fuochi. Le pupille, ferite dai lampi, perse in uno spazio lontano dal quale ritornava una domanda. Sempre la stessa.
Quando la sera lo raggiungeva in balcone, la sua sagoma, appena più densa della notte, si girava illuminandola del biancore dei suoi denti perfetti, inviolabili. Le labbra carnose la invogliavano ogni notte ai baci, ma non appena si avvicinava trovava un muro invalicabile. La lingua, come un grimaldello, provava ogni volta a socchiuderli anche di poco, ma, dopo sforzi inauditi, rimaneva a lisciare mucose e denti compatti ed estranei alla sua pena. Se si fosse staccata da lui all’improvviso lo avrebbe visto ghignare in una smorfia da teschio.
Perché non darsi, perché non permetterle di approfondire il mistero della sua bocca, quando le concedeva il resto?
Non aveva mai avuto un uomo che l’amava a denti stretti.

Ancora lampi nel buio. Le mura della fortezza si avvicinavano, chiamavano.
Pochi passi e sarebbe stata, ancora una volta, battaglia.

Nota: i copyright del racconto e della fotografia sono di proprietà di
Marisa Vinci
Natalia Aggiato

Per informazioni: 091 7308299
scattidiscrittura@letteralmente.com

 

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