L'eco delle calde coperte del sogno
di Carlo Camarda (Palermo)

“A volte quando ci si sveglia, il sogno residuo può essere più allettante della realtà,
e lo si abbandona a malincuore. Per un po’, ci si sente come un fantasma:
non del tutto materializzato e incapace di maneggiare ciò che ci circonda.”
Craig Thompson - Blankets
Quel mattino, quando mi sono svegliato, neanche me lo ricordavo quel dannato sogno. È successo tutto così, all’improvviso. Ero in macchina con i miei colleghi. Stavamo andando all’Università per seguire le lezioni della mattina. Si parlava del più e del meno e alla radio, mi ricordo, c’era un tizio che stava facendo l’imitazione di Bruno Vespa. Io non so perché, ma ad un tratto, mentre stavamo percorrendo il ponte che passa sopra il fiume Serchio, mi sono ricordato di quel sogno, di quel dannato e maledetto sogno.
Di colpo la mia mente ha cominciato a correre forsennatamente per le strade del ricordo, i miei occhi si sono appannati ed io mi sono sentito vuoto dentro. Non ve lo so spiegare cosa è successo. So solo che, ad un certo punto, ho sentito all’interno del mio petto qualcosa come un buco nero che stava risucchiando tutta la vita che in quel momento era in me. Io non potevo far niente per fermalo, anzi, forse non volevo neanche far niente per fermarlo. Stranamente, provavo un certo piacere nel sentirmi trasportare nel vuoto da questo vortice negativo. Così d’un tratto, dal nulla, tra la foschia dei miei occhi annebbiati, mi apparve Lei: bella, proprio come lo era nel sogno.
Non ricordo bene la storia e il filo logico del sogno. Di colpo, senza un perché, tra le nebbie degli appannati ricordi onirici, spuntò Lei. Era seduta sul bordo della vasca della casa dove abitavo da bambino con i miei genitori. Non so perché era lì, però c’era. Era bella come non mi sarei mai potuto immaginare al di fuori delle braccia di Morfeo. Io ero all’in piedi sulla soglia della porta. Fermo. Immobile. Non sapevo che fare. Mi avvicinai piano, senza parlare. Non ricordo bene cosa stesse facendo. Non è difficile che, tra le pazzie che caratterizzano il mondo onirico, lei stesse leggendo un libro in quel luogo inusuale. Arrivato a meno di mezzo metro di distanza da Lei, che nel frattempo non aveva distolto lo sguardo dalla sua lettura, le dissi qualcosa, ma non ricordo cosa. Lei si mise a ridere silenziosamente, ed in quel momento mi accorsi che il suo sorriso sarebbe stato il nettare della mia esistenza. Mi avvicinai ancor di più e, guardando il sorriso della sua bocca, le sfiorai la guancia con le mie labbra, ripetutamente, con tenerezza.
Mentre ricordavo questo particolare, il vuoto dentro di me si acutizzava, e il rumore del motore della macchina sembrava si fosse aggravato, come se il mio io, scavato da questa sensazione che mi pervadeva, stesse funzionando da cassa di risonanza all’interno dell’abitacolo.
Lei, immobile, mi guardava con la coda degli occhi mentre le sommergevo la guancia e il collo di docili baci. Gemette. Allora, avvicinandomi con la mia bocca alla sua, mi resi conto che Lei avrebbe ricambiato ogni mio gesto azzardato. Così, tentai la fortuna e, tremando, mi avvicinai al nettare della mia esistenza. Cominciò una lunga ed infinita caduta nel vuoto di un oscuro baratro che io non avevo previsto, ma all’interno del quale ormai mi trovavo. Non avevo paura, ma tremavo. Dopo alcuni secondi di spaesamento, mi ritrovai ad attendere l’impatto col suolo. Più mi avvicinavo e più sentivo pervadere ogni singola cellula del mio corpo da un calore fin prima a me sconosciuto, e d’un tratto, fu morbidezza intrisa d’umidità. Le nostre labbra si sfiorarono e si toccarono, si allontanarono e si riavvicinarono, lentamente, temendo il contatto, e di nuovo si allontanarono in un tira e molla estenuante, ma sensuale.
Il vuoto durante il ricordo si fece dentro di me abisso. Non riuscivo più a respirare. Confuso, mi accorsi che dentro di me mancava qualcosa e temetti che, se non avessi trovato quello che avrebbe potuto riempire il vuoto che ormai mi pervadeva quasi interamente, non sarei più riuscito a vivere. Quel vuoto ormai doveva essere colmato.
Tra la caligine dei ricordi era ormai un timido e umido vortice di tenerezza. Era strano, non c’era passione, veemenza, ma solo amore e dolcezza. Ci trovammo nella vasca l’una sopra l’altro, avvinghiati, nella ricerca di un fugace attimo di immortale piacere. Mescolati, ci riempimmo di baci, abbracci e carezze, e l’infinito era dentro di me.
Nei confusi ricordi, che si fondevano con i paesaggi che scorrevano ai miei lati, focalizzai, finalmente, cosa era il vuoto che sentivo pervadere la mia anima. Era l’eco dell’infinito prima sfiorato e poi posseduto tra le calde coperte del sogno.
Arrivati all’Università, posteggiammo e, come se Dio avesse ascoltato le preghiere che in macchina si alternavano al ricordo, ecco che, prima che io avessi avuto il tempo di aprire la portiera della macchina, si accostò a noi Lei. Quando tutti erano già scesi, mi resi conto di essere ancora comodamente seduto. Aspettai ancora qualche istante per aprire lo sportello. E quando la vidi uscire dalla sua Punto, sentii l’eco dell’infinito posseduto la notte precedente. Così, scesi dalla macchina e la avvicinai. La guardai. La contemplai. La adorai. E tutto questo in un fugace istante, perché dopo mi ritrovai, con grande sorpresa da parte di tutti, e anche da parte mia, attaccato alle sue labbra in maniera un po’ goffa. In quell’attimo fuggente, prima di essere colpito da un ceffone, che avrebbe lasciato un segno sulla mia guancia per tutta la giornata e sulla mia coscienza per tutta la mia esistenza, sentii che tutta la vita che mi era stata sottratta dal ricordo di questo sogno tornò in me in un baleno. Colsi l’infinito in un secondo e subito dopo provai uno strano bruciore alla guancia. Capii di avere ricevuto una sberla da Lei. Mi staccai dalla sorgente della mia vita – più per la forza d’urto dello schiaffo, che per volontà personale – e capii che l’avrei persa. Allora, la guardai intensamente negli occhi, che nel frattempo le erano diventati rossi, un po’ per la rabbia e un po’ per l’imbarazzo. Cercai di riempire il mio Io di quell’immagine, mi voltai e me ne andai, per sempre.
Non rividi mai più Lei, né le facce sconvolte dei miei colleghi, né il prato di fronte all’Università, a cui ero tanto affezionato e dove avevo passato giornate intere ad arrovellarmi la testa per trovare una risposta ai mille perché dell’esistenza.
La mattina stessa tornai a casa a piedi, per riflettere su quel che avevo fatto e cosa avrei dovuto fare. Feci una borsa non molto pesante con le cose di prima necessità e mi recai alla stazione. Presi il treno delle 11.30 per Firenze e, di lì, l’Intercity delle 12.55 per Venezia. Perché proprio Venezia? Perché era il primo treno che partiva.
Nota: i copyright del racconto e della fotografia sono di proprietà di
Carlo Camarda
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