Sfocatezza
di Gisella Giordano (Fossano)
- foto di Antonio Avena (Roccavione)
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La vita di Federico, o meglio il suo legame con la vita, era diventato una questione di immagini, uno snodarsi più che un palinsesto o una struttura, un trascorrere di visioni slegate fra loro, ora sfocate, ora trascolorite, ora potenti, ora sfumate, buie bianche e nere, oscure figure che muovevano attraverso una mente passiva, nell’abbandono, non erano nemmeno più oramai immagini della vita circostante, ma ossessioni svanite e lontane senza storia o senso, la vita di una camera oscura, insomma. Da tempo ormai non possedeva più una sua immagine, quando si guardava allo specchio vedeva comparire cose strane che non ricordava.
Prima di allora distingueva nella sua mente tra immagini brutte, noiose, spente, quotidiane o piacevoli ed esotiche, ricavate dai suoi frequenti viaggi in oriente, alla ricerca di una lontananza dalla vita di una città che vita non aveva. Non ne aveva per lui che era ricco, insomma, la sua famiglia, non ne aveva per gli altri, non ne aveva per gli abitanti delle ville, la loro vita “meravigliosa” e realizzata. Infatti, la realizzazione è sempre economica.
La vita quotidiana fatta di traffico, smercio, mercato, folla, era qualcosa che lo opprimeva, lui amava vedere scene di vita esotica, perfino nella loro crudeltà e nella loro spietatezza, erano reali forse? La loro potenza trasmissiva era come un risveglio per lui proprio dell’immagine stessa del suo vedere, poiché veniva a cancellare le fotografie mentali di luoghi senza luogo e dei centri commerciali.
I suoni non entravano a far parte del suo percepire attuale, o della sua memoria, lui era come uno schermo bianco su cui si proiettavano immagini silenziose. Ora, le immagini che passavano erano soltanto più chimere nate dal nulla, mentre lui guardava alla finestra nascosta e buia, fantasmi senza divenire, vuoti indipendenti dalla sua volontà. Si autocreavano si materializzavano e smaterializzavano, passeggiavano, andavano e venivano, afone.
Il suono era altrove, distaccato.
Apparizioni ritornavano, cose apparse in viaggio ora ritornavano e si sostituivano ai fatti, agli accadimenti. In mancanza di suoni però, tutto ciò veniva ad assumere un aspetto di spaesamento terribile.
Erano come fotografie, icone, piccoli Buddha o statue di mostri, misteriosi volti in movimento che non prendevano mai forma. Buddha duali che si trasformavano in ubriachi barcollanti e perfidi, o immagini di cose che accadevano altrove. Altrove dove, visto che comparivano nella stanza?
Questa vita contemplativa si protraeva nel sonno, reso impossibile da mille ombre della vita.
Una vita che veniva a mancare, ma di cui non poteva importare niente a nessuno, perché la vita è il lavoro e Federico non lavorava, dunque non esisteva per nessuno, ma gli altri esistevano per se stessi e ciò bastava ed erano i più fortunati, i più autentici, i più dinamici. Non morivano mai, erano immortali, impermeabili al dolore e alla fatica, non piangevano i loro morti. Ma il suo pasto era nudo, estenuante, Federico non afferrava ciò che mangiava, non lo vedeva perché si disfaceva in un attimo. Era come uno strano gioco privo di logica, vuoto di contenuto slegato dal lavoro della sua vita: la visione.
Ogni liquido e solido si disfacevano in calore, suono e colore in espansione, e l’atto più meccanico del mondo, il più importante per la civiltà e a tratti il più disumano e disgustoso diventava un’impresa di sofferenza e soffocamento.
Tutto si usurava, si decomponeva, si deformava, i nomi non esistevano più, le cose si accendevano violentemente per poi spegnersi, ogni cosa a suo tempo, era una frase priva di significato, né tempo né cosa, solo un assillante senso di calore immenso.
I suoi viaggi che ora erano dentro di sé, esclusivamente dentro e fuori di sé, come quando sentiva il suo corpo sdoppiarsi, esplodere, espandersi come un pallone e le sue mani afferrare la luce e le sue diecimila sfaccettature, perché mai i suoi occhi erano così ciechi e pallidi?
Un immenso film trascorreva davanti ai suoi occhi raffigurava la vita o quella che alcuni consideravano tale ed altri no, e quelli no e questi si, ma la vita è la vita, si sa, di lì non si può scappare, la vita non è il cosiddetto quotidiano, ma è un insieme di crudeltà, stranezze, sfiga, gioia anche, oppure venti spaventosi e assurdi di straordinaria follia, annegamenti, strozzamenti, amori tra sconosciuti, sesso tra fantasmi, oblio dimenticanza odio passione delirio, eccetera.
Fotografie… Si, metà della nostra vita è segnata dalla fotografia, simulacro della nostra vita reale, da quando fu inventata, potremmo mai sapere com’è senza, di fatto esiste, ed è in buona parte importante sul piano emotivo, emozioni, emozioni di banane che l’immenso latore Federico non riesce ad inghiottire, davanti a ai sui occhi pallidi trascorrevano film vari, che pallone di straordinaria grandezza si sentiva lui! Anche quando la tivù era accesa ed andava in onda Totò, lui non la vedeva erano altre le immagini che lo inghiottivano e lo annientavano.
Ora Federico veniva premiato dal calore e dalla polvere, e così: "ciack si gira".
Metro quadrato, sole-schiacciamento-zoom, bomba Gandahara, Buddha bombardato. Enorme statua pallida con screziature celesti su uno sfondo cupo ma sorridente, il primo ad esplodere è il piede del Buddha, trapassa l’etere, ritorna indietro, l’occhio di Buddha vigila rosso (Federico piange, ha gli occhi rossi ? Ma non è mica normale piangere) e osserva distante, a distanze siderali il braccio sanguinante di una casalinga napoletana o americana o chissà …Quel braccio è tutta la felicità per lei, il suo vestito da sposa, il suo status sociale, ma al Buddha cosa frega, ha già il suo diamante che nessuno ha mai fotografato.
Enormi distese di cupa violenza, sanguinose guerre quotidiane per il bucato più brillante, gente che si ama molto e felicità a fiorellini, cose che al Buddha procurano la sonnolenza… lui guarda altrove non si direbbe ami molto la felicità, tutto bene. Sì però vigila, e sembra fregarsene che l’anno appena bombardato. Suona la sveglia e una casalinga si alza, il marito la insulta e Buddha ride e con lui cani, gatti, canarini e bestie varie… Ma allora che cosa significa pace ed amore di cui parla la New Age? “Oh God and my God”, grida il poeta pazzo Allen Ginsberg, che lui non ha mai potuto soffrire, morto mentre lui era ancora vivo, mentre Ferreri teorizzava un futuro dove ci si fa dire “I love you” da un pupazzetto, che però è in vendita ormai sui mercati.
E lui vestito di doti in India, che soffre di strani incubi, che è in strada e lì c’è la vita, una vita compulsa fatta di folla che esiste, ma allora esiste? O è solo un’immagine?
Se non è qui nella mia casa ora, adesso, fatta di:
1. divano
2. sedie
3. tavoli
come quadri tappeti, come fa ad esistere?
Dov’è? Mica afferro la sua mano, di lui, il poeta.
Poeta pianeta, pianeta beat, l’urlo che irrompe nell’etere cosmico. Esisteva il poeta, una voce, quella di Battiato dice: “D’Annunzio montò a cavallo con fanatismo futurista”.
D’annunzio il poeta. Ma ciccino, lui povero Allen continua a piangere: “Ho perso gli occhiali”!
Lou Reed ama una piccola mongola, “piccola cinese!” grida Iggy Pop, con una voce così sensuale che a lui sembra peggio di Domenico Modugno, sdolcinato e melenso.
Ma Iggy Pop è uno scoppiato, gli scoppiati a casa loro, sullo schermo compare proprio Iggy, che grida sotto i portici a Torino, immagine urbana disturbata, trionfo del pianto, sconfitta del viaggiatore deluso. Sfocatezza.
Nota: i copyright del racconto e della fotografia sono di proprietà di
Gisella Giordano
Antonio Avena |