Il sogno
di Simona Linares (Marsala)

Era lì, davanti a me, con l’aria di chi volesse interrogarmi. Ma sapevo che non l’avrebbe fatto; per una sorta di tacito accordo non avrebbe posto alcuna domanda e io mi sarei limitata a raccontare quello che mi era successo spontaneamente. L’avevo chiamata di mattina e con un filo di voce l’avevo pregata di farsi trovare alla solita panchina giù al parco, dove tante volte ci eravamo trovate da adolescenti a raccontare i nostri segreti. Avevo riattaccato senza neanche aspettare la sua risposta. Era inutile. Sapevo che sarebbe venuta. E ora eccoci qui, l’una accanto all’altra, entrambe silenziose. Il vento scompigliava disordinatamente le foglie ingiallite e accartocciate che avevano formato un tappeto uniforme sotto i nostri piedi; il silenzio era totale, la panchina cominciava a diventare scomoda. Iniziai a parlare lentamente rivolgendo gli occhi al lago all’orizzonte. Non me la sentivo di girarmi verso di lei, il suo sguardo paziente mi imbarazzava.
Avevo da sempre una dannatissima paura del vuoto. E quasi ogni notte l’immagine che mi veniva in sogno era quella di me stessa in bilico su di un burrone, o un precipizio, o una grande distesa d’acqua. Era terribile!Iniziavo a sudare freddo, gli occhi mi si appannavano, il mondo intero prendeva a girare vorticosamente intorno a me. All’improvviso diventavo rigida, come inchiodata al suolo, arrivavo anche a dire a me stessa che avrei potuto farcela a tornare indietro mettendo un passo dietro l’altro piano piano e senza fretta e poi… quando già riprendevo contatto con il corpo e i piedi obbedivano finalmente ai comandi del cervello, mi capitava di non coordinare bene i movimenti e di sbilanciarmi paurosamente in avanti. Così cadevo, volavo, con l’aria che mi sferzava la faccia, le mani che ondeggiavano alla ricerca di qualche appiglio, il respiro affannoso, chiuso in gola, strozzato, gli occhi sbarrati e fissi incontro alla massa di terra che si ingigantiva a vista d’occhio. A questo punto mi svegliavo sempre, balzando fuori dal letto e accendendo la luce: ERA UN SOGNO!!DIO SIA RINGRAZIATO, ERA SOLO UN MALEDETTO SOGNO.
Aver iniziato a parlare mi era servito: avevo preso un po’ di fiducia. Trovai il coraggio di alzare lo sguardo su di lei, incontrai i suoi occhi azzurri e cristallini, e non c’era forse un rimprovero nell’espressione del suo volto? Sapeva che mi stavo volutamente perdendo nei preamboli, che c’era dell’altro, come se avesse fiutato la mia paura e capito che non era quello il punto della questione. Non avrei mai potuto ingannarla…Era bellissima nella luce abbagliante del giorno, quella luce che precedeva un violento temporale. Mi sedeva accanto come una statua, immobile e granitica, calma e impassibile. Ad un tratto quasi odiai quella maschera di indifferenza, mentre dentro di me scorreva incessantemente un fiume di emozioni e sensazioni. Ma ormai non potevo più tirarmi indietro. Ripresi a parlare fissando il palco dell’orchestra…
Avevamo una casa di villeggiatura vicino al lago i miei genitori e io. Mio padre andava spesso, di pomeriggio, a sedersi all’estremità del molo di legno con la sua canna da pesca, alla ricerca insperata di qualche trota da mettere poi sulla brace. Ma raramente c’erano pesci. Le acque erano limacciose la maggior parte delle volte. Io avevo, fin da bambina, il compito di portargli le lattine di birra. Era un vero ONERE per me!Non riuscivo mai ad attraversare le vecchie e scricchiolanti assi che mi separavano da mio padre. Me ne stavo ritta, impalata, con i contenitori di birra in una mano, fissando con timore le onde che si infrangevano contro i pilastri di sostegno. Avevo paura di cadere dentro, di essere inghiottita da quel liquido nero, profondo, popolato da chissà quali mostruosità!Mi rivedevo ancora ai piedi del molo, con il mio vecchio impermeabile verde, le lattine nella mano destra. Mio padre mi dava le spalle, sempre affaccendato. Quella volta, con passi esitanti e tremolanti , arrivai quasi a metà del percorso. Intorno si sollevavano rabbiosi schizzi dolci, in lontananza una saetta rischiarò il cielo. Ce l’avrei fatta, ero certa di RIUSCIRCI!Sopra di me passò veloce un gabbiano emettendo un lugubre e spettrale lamento. Maledetto uccello!Alzai lo sguardo, distratta da quel suono, e persi immediatamente la concentrazione. Mi accorsi repentinamente di essere protesa sopra le acque del lago su delle vecchie e marcite assi di legno, non avevo appigli, non potevo correre indietro, non potevo commettere passi falsi, ero in trappola. Un inaspettato senso di nausea mi avvolse interamente. Avvertii perfino un conato. Mi sporsi per non rigettare il pranzo sulle scarpe e fatalmente mi sbilanciai. Caddi come un sasso in quel fluido putrido, freddo e inospitale. Non potevo neanche coordinare braccia e gambe per tornare nuotando alla riva. Mi inabissai lentamente, con un grido abortito in gola che non mi decidevo ad emettere. In mano stringevo ancora una delle lattine di mio padre.
Questo ossessionante incubo da un mese mi tormentava ogni notte. Ma ieri era accaduto qualcos’altro, ieri avevo rasentato la follia. Mi ero risvegliata madida di sudore e senza riaccendere la luce, a tentoni, avevo ritrovato il bicchiere d’acqua che tenevo sempre sul comodino. Ne avevo bevuto avidamente qualche sorso, ma aveva un retrogusto dolciastro che mi infastidiva. Accesi la lampada. Un urlo agghiacciante sfondò la coltre di silenzio: c’era FANGO sul mio cuscino, MELMA sul lenzuolo, dai miei capelli scendevano disordinatamente ciuffi disseccati di ALGHE…le ALGHE del LAGO…e sul tappeto vicino al mio letto c’era la LATTINA di mio padre, che avevo tenuto vigorosamente in mano mentre annegavo, come se fosse stato l’unico appiglio che mi avrebbe potuto salvare!
Avevo finito ormai. Mi ero purgata. Il fiume di parole che aveva prima occupato la mia mente si era esaurito. Mi sentivo addirittura bene, come se la terribile esperienza che mi aveva portato lì quella mattina non fosse mai accaduta. Mi voltai verso la mia amica, sperando di ricevere un consiglio, un parere, una parola di conforto, ma non trovai nessuno. Si era dissolta nel nulla. Ero sola, sola in un parco deserto, sotto un cielo sempre più cinerino. Mi allontanai dalla panchina e mi avviai verso la conca d’acqua dove stavano bevendo dei piccioni. Il tappeto di foglie attutiva i miei passi e avevo la sensazione di galleggiare. Mi girai dietro una sola volta, per vedere da dove ero venuta, ma non c’era più nulla, ogni cosa era scomparsa lasciando il posto ad una notte buia, senza luna e senza stelle. Lacrime cominciarono a scendere copiose sulle mie guance… erano calde, brucianti. Riuscivo a malapena a tenerle a freno. Ma piangere mi faceva bene, mi regalava una meravigliosa sensazione di ristoro, di tranquillità. Ero in pace con l mondo e con la mia anima. Ero in pace sì… proprio così… e quell’enorme pozzanghera che si trovava davanti a me non sembrava affatto inospitale come avevo creduto. Anzi, mi aveva illuminato la mente con una fulminea consapevolezza. Era la prima volta che mi si presentava un’idea così chiara, così precisa, nitida.
Avevo perduto gran parte di me stessa nel vano tentativo di ripercorrere i fantasmi della mia mente e le cicatrici che mi erano rimaste nell’anima. Era ora di dire basta una volta per tutte. Se si restava troppo attaccati al passato si rischiava inevitabilmente di morire ogni giorno un po’. IO, invece, da quel momento, avevo un solo desiderio… che gli spettri continuassero pure a perseguitarmi con il loro bagaglio di ricordi dolorosi… IO VOLEVO SOLTANTO VIVERE!!!
Nota: i copyright del racconto e della fotografia sono di proprietà di
Simona Linares
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